The bishop of Rome and the Nicene faith in the fourth Century
P. 207-234
Questo articolo esamina il ruolo dei vescovi di Roma nell'affermazione e nella difesa della fede nicena nel corso del IV secolo. Partendo dall'assenza di Silvestro di Roma al Concilio di Nicea del 325, l'autore mostra come tale assenza rivela un'iniziale tensione tra l'autorità ecclesiale e quella imperiale. Lo studio traccia poi come i successivi vescovi di Roma - in particolare Giulio, Liberio e Damaso - abbiano sviluppato le prerogative concesse alla cattedra di Pietro, alla luce della tradizione apostolica, affermando un primato giuridico che fu progressivamente codificato nella legislazione conciliare e imperiale. In particolare, gli interventi di papa Giulio nelle dispute successive a Nicea illustrano l'emergere di un'esplicita prerogativa romana al primato giuridico come elemento essenziale per preservare sia l'autorità del Concilio di Nicea sia l'unità ecclesiale.
Durante il pontificato di Liberio, l'importanza del vescovo di Roma per la difesa della fede nicena diventa evidente quando, a causa dell'ostacolo imperiale all'autorità di Liberio, i movimenti anti-niceni raggiungono il loro apice sia in Oriente che in Occidente. In Damaso, infine, assistiamo al tentativo esplicito di consolidare il primato giuridico di Roma in termini universali, sia attraverso la formulazione canonica sia attraverso la sanzione imperiale, appellandosi alla volontà divina e utilizzando i mezzi politici della storia e della convenienza politica. Situando l'evoluzione del primato romano nell'ambito della più ampia lotta per la fede nicena, questo studio dimostra che il consolidamento dell'autorità del vescovo di Roma fu un processo sia teologico che giuridico che trovò il suo fondamento nella tradizione apostolica e si rivelò vitale per la difesa della fede nicena e dell'ordine ecclesiale nelle controversie del IV secolo [Testo dell'editore].
This article examines the role of the bishops of Rome in the affirmation and defence of the Nicene faith throughout the fourth century. Beginning with the absence of Sylvester of Rome at the Council of Nicaea in 325, it argues that this absence reveals early tensions between imperial and ecclesial authority. The study then traces how successive bishops – particularly Julius, Liberius, and Damasus – developed the prerogatives granted to the cathedra Petri, in light of apostolic tradition, into the affirmation of a de jure juridical primacy which was progressively codified in conciliar and imperial legislation. Julius's interventions in the disputes following Nicaea illustrate the emergence of an explicit Roman prerogative of juridical primacy as something essential to preserving both the authority of the council of Nicaea and ecclesial unity.
Under Liberius, the importance of the bishop of Rome for the defence of the Nicene faith is made most evident when, due to the imperial hindrance to Liberius' authority, the anti-Nicene movements reached their highest point both in the East and the West. In Damasus, then, we finally see the explicit attempt to consolidate Rome's juridical primacy in universal terms, both through canonical formulation and imperial sanction, appealing to divine mandate and using the political means of history and political expediency. By situating the evolution of Roman primacy within the broader struggle for the Nicene faith, this study demonstrates that the consolidation of the bishop of Rome's authority was both a theological and juridical process that found its ground in apostolic tradition and proved to be vital for the defence of the Nicene faith and ecclesial order in the controversies of the fourth century [Publisher's text].
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DOI: 10.82026/12425
ISSN: 2035-7583
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